Il dubbio

Guardavo la Terra, sotto di me. Un pianeta meraviglioso di cui mi avevano detto tutto e il contrario di tutto. Che lì si imparava, per esempio. Si imparava con grande sforzo. 

Il concetto di imparare mi era estraneo. Tutto è sempre fluito in me senza sforzo, tutto ciò che mi è stato necessario conoscere è arrivato in me istantaneamente senza che avessi nemmeno mai avvertito che ne avevo bisogno. 

Volevo imparare. Lo desideravo come non ho mai avuto bisogno di desiderare nulla in vita mia. Anche questo faceva parte della novità. E questo sforzo, insito nell’imparare, mi ispirava e mi incantava. 

Così ho cominciato la mia discesa. Nessuno ha mai cercato di impedirmelo. Perché? Sono pieno di rabbia verso i miei fratelli che sapevano e che non hanno voluto dirmi.

Dal primo istante in cui il mio spirito ha conosciuto la materia è iniziato il mio processo d’apprendimento. Imparare è equivalso a soffrire. 

Lo scarto tra tutto ciò che sono e il resto, l’altro da me, è ciò che devo imparare. E così ho conosciuto la conoscenza dal punto di vista della separazione e ho scoperto che la conoscenza qui è dolore. 

Trovarmi in questo corpo, come chiuso in gabbia, costretto. Solo dentro di me. 

Mia madre mi sta accanto, cerca di tenermi il più possibile vicino a sé come quando mi portava in grembo. Penso che anche lei stia cercando di compensare la solitudine della sua separatezza attraverso me. 

Vedo gli altri esseri umani. Ormai non fanno più caso alla sofferenza. La sopportano, per loro la sofferenza, la fatica, è vita, non ricordano di aver mai vissuto altro.

Ancora per qualche mese le ossa del mio cranio rimarranno separate e io potrò comunicare coi fratelli di sopra.

Un giorno, la costrizione dell’essere in un corpo mi stava procurando talmente tanto dolore che li ho chiamati. Mi hanno rimproverato. Non ricordi i patti? Scendere sulla Terra significa dimenticare. Non devi chiamarci.

Ho detto loro che voglio tornare, che non ne posso più.

Che fine ha fatto tutta la tua sete di imparare? Mi hanno chiesto. Ma io non sapevo che la conoscenza qui fosse cosa così ardua. Sono stato schernito. Non hai ancora capito niente della conoscenza, fratello caro. Aspetta, resta ancora e ne conoscerai la bellezza. 

Ho urlato. E ho scoperto che dare un suono a tutto questo dolore che mi stava attraversando era bello. E anche questa era conoscenza!

Ma il mio urlo ha avuto l’effetto di mettere in allarme i miei genitori terrestri.

Sono stato portato in uno dei loro ospedali. 

Allora i miei fratelli hanno cominciato a farsi sentire spontaneamente, senza che io li cercassi. Fratello, stai per fare un’esperienza molto forte di conoscenza dal punto di vista della separazione, sicuro di volerla fare? 

Sarà dolorosa? Ho chiesto io. 

Sì lo sarà. 

Ma qui tutti si stanno preoccupando per me, sento una tale ondata di dolcezza che mi avvolge… Perché dite che sarà doloroso?

Perché gli umani a volte esagerano, per paura, semplicemente non sanno dove fermarsi. Vieni via finché sei in tempo. 

Sì, voglio andarmene. Ma… Lasciarli? Lasciare i miei genitori? E tutte queste persone che si stanno prendendo cura di me? Che mi stanno regalando tutto questo amore, per salvarmi, perché io non me ne vada? 

Cercheranno di trattenerti maldestramente, lo sai. La conoscenza sulla Terra è questione di fatica…

Non so che fare, non lo so più. Non so più cosa voglio… Basta, bisogna che decida!

Portatemi via, allora.

E mentre me ne andavo, la mia salita era rallentata da tutti quelli che volevano trattenermi sulla Terra. I miei genitori, i medici.

Non ti voltare, mi dissero i miei fratelli. Se ti volti ti risucchieranno e non potremo più portarti indietro.

Ho conosciuto così ciò che non conosce mai e non si soddisfa mai: il dubbio.

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S’Usbellu

schermata-2017-02-15-alle-09-44-34«Mira, mira. Usbellu arribbendi.»

«Prego?»

«Non pregare, Rubiu, che qui non siamo in chiesa.
Finalmente sei arrivato, ti stavo aspettando. Vedi che ho fatto bene ad aspettarti qui?»

Luca si portò una mano a far da scudo agli occhi per guardare in faccia il suo interlocutore, apparso improvvisamente controluce dall’alto di una roccia. Lo aveva chiamato usbellu ma era lui a sembrare un diavolo, il volto nero di barba e i capelli incolti che gli davano un’aria selvaggia, la mano nodosa che stringeva un fucile.

«Ci conosciamo?»

«Ih, già hai dimenticato in fretta, o Rubiu! E io che credevo che fossi venuto a trovare me.» L’uomo saltò giù dalla roccia e gli si parò davanti, a sbarrargli il passo. «Io però non mi sono dimenticato. No.»

Per un lungo istante si guardarono senza parlare. Luca si sentiva la testa vuota, non sapeva che fare. In quel momento si rese conto che nella sua immaginazione New York era sempre stata una città temibile e invece lo faceva sentire stranamente protetto. Era qui che si era sempre sentito braccato e in pericolo. Ma questo perché nell’isola la sua anima resuscitava e solo chi ha un’anima viva può morire.

«Sto aspettando, Rubiu, e mi sto stufando. Vedi di mantenere le tue promesse.» Gli si avvicinò, mentre parlava pronunciando le sillabe duro. «Eri in vacanza, eh? E con i soldi di chi, Malladittu. Mira itta facci bella chi tennit. Cosa sei, ringiovanito, o Rubiu? Ma sembri molto più giovane! E più alto, anche…» D’improvviso sbarrò gli occhi, fece un passo indietro e gli puntò contro il fucile. «Tui ses’ s’usbellu in persona! Ma a me non mi freghi. Ti faccio tornare dritto nel buco da dove ne sei uscito. No… ho un’idea migliore… perché io voglio diventare come te, Rubiu, ricco e potente.»

«Senti, ti stai sbagliando, io non sono…»

Un colpo sulla spalla lo fece cadere a terra.

«Zitto. Non dire più una parola. Ah non sei ricco e potente? Guardati, eri solo una merda, quando sei arrivato, e adesso hai tutto il paese ai tuoi piedi. Persino Contini. Hai fatto il patto, eh? Alzati, e fammi strada. Fammi vedere dove stavi andando.»

Luca si alzò rassegnato e si incamminò senza sapere dove andare. Una parte di sé era divertita. Era venuto in campagna con l’intento di scalare la collina, come faceva da piccolo in compagnia di Ruggero. Valutò l’idea di mettersi a urlare per chiamare aiuto. Non sarebbe servito a nulla, erano troppo lontani e l’uomo avrebbe fatto in tempo a sparargli. E allora? E se fosse morto, dopotutto?

Varcato il crinale, cominciò a scendere verso una gola stretta, da dove proveniva un gorgoglìo di ruscello. Sentì una sete improvvisa e si rese conto di avere la gola secca. Forse avrebbe potuto rotolare in basso e sparire tra i cespugli. Ma l’estraneo gli premette il fucile contro le reni.

«Non ti fare venire strane idee, Rubiu.»

Continuarono a scendere, scivolando tra il pietrisco che franava. Erano quasi giunti al letto del ruscello, quando si trovarono di fronte a una grossa spaccatura nella roccia che scendeva verso le viscere della terra. Come attraversato da un vento interno, il buco sibilava in uno strano, grave lamento. Luca sentì una corrente elettrica percorrergli la schiena fino alla nuca. I capelli gli si rizzarono in testa.

L’uomo non lo guardava più. Fissava come ipnotizzato il buco nella roccia, pallido come un morto. Rivoli di sudore gli striavano la faccia impolverata.

«È qui, vero? È da qui che ne sei uscito. Tu e tutti gli altri.» I suoi occhi non lasciavano l’orlo di quel pozzo naturale. «Io… io non voglio più essere schiavo, spaccarmi la schiena per due lire. Sono stanco.»

Luca scoprì di non riuscire a muoversi. Era come incatenato alla visione di quell’uomo, che ora avanzava, trasfigurato, e lentamente si calava dentro il pozzo, prima un piede, poi l’altro, poi il bacino e il busto. Quando solo la testa gli rimaneva fuori dall’apertura, per un attimo si girò a guardare Luca, sorridendo in maniera incerta. Poi sparì completamente alla vista.

Come sazio dopo aver inghiottito quell’uomo che lo aveva scambiato per suo padre, il buco smise di sibilare.

Luca si rese conto che anche la forza che lo aveva tenuto incatenato fino a quel momento si era spenta e, senza aspettare oltre, si arrampicò di corsa su per la scarpata. A tratti si voltava per vedere se era seguito. Ma non veniva su nessuno.

Tratto dal romanzo “Ballo Tondo“, lulu.com 2016

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ANIMA, mai più senza

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Che questo sia un inno

o Dèi accecati che condividete la mia sorte

Che questo sia lo slogan pubblicitario

che d’ora in poi si ripeta costante

nella radio della vostra seconda mente.

Questa è la storia di quel che mi è successo oggi, proprio oggi. Difficile da tradurre in parole: ci vuole un bell’impegno. Ma io a suo tempo fui addestrato a tradurre, e nella traduzione del linguaggio dell’Anima trovo il mio scopo più alto.

Ma è poi successo davvero? Nuovo seme di dubbio che quella canaglia dell’ego vuol piantare nel mio giardino. Ebbene sì è successo, se è vero che vivo.

Avvertenza al lettore: questa storia è vera, non commettere l’errore di pensare che sia una fiaba. Insomma, non commettere il mio stesso errore di maschera.

Ecco gli ingredienti di questa commedia.

Personaggi:

MENTE, altresì detta ego, o maschera: la spalla. Monologa. Parla con se stessa. E si risponde!

ANIMA, altrimenti detta Dio: la vera protagonista. Non parla, si esprime.

SPIRITO. Anche lui partecipa in silenzio, ma ovviamente c’è. Lo si ritrova in ogni vibrazione.

Interpreti:

Sempre e solo uno: IO. Dove per “io” si intenda me che scrivo, ma anche Te, dato che ogni divisione è illusoria.

Scena 1

Una piscina comunale

In costume da bagno azzurro, MENTE si butta in acqua con il corpo fisico e muove le prime bracciate a stile libero

MENTE

David ha ragione. Dire ‘non ho tempo per la spiritualità’ è una balla. Ogni momento può diventare esercizio di consapevolezza, per lo spiritualista, ogni movimento una pratica.

Cavolo, ho dimenticato di mettermi i tappi per le orecchie. L’acqua sta entrando… Faccio una vasca indietro ed esco a mettermeli. Oh, al diavolo, se è successo vuol dire che doveva succedere. I tappi sono un altro di quei maledetti limiti che mi auto-impongo, che male può farmi un po’ d’acqua nelle orecchie? Sì, ma mi era venuta l’otite… Ho capito, ma è stato anni fa! Stavolta non mi verrà. Fiducia, avere fiducia!

Il seminario di ieri… Uffa, ecco che tornano i pensieri. E invece devo fare esercizio di presenza. Nuotare e basta. Però…

Questo seminario è stato bellissimo. L’ho sentita davvero. No, non me la sto raccontando. Lei era lì, che aspettava che la piantassi di far chiasso. L’avevo già conosciuta, in effetti, quando stufo di soffrire ho chiesto di immergermi nell’amore di Dio. Istintivamente, ho fatto la stessa cosa per richiamarla. Per trovare la mia Anima, ho cercato Dio. Ma allora Lei… ma allora Lui…

Dire “richiamarla”, poi, è sbagliato. Lei è sempre qui. E’ sempre in me. Eravamo in piedi, facevamo l’esercizio di vestire il corpo con lo Spirito e poi sperimentare quello strano stato di leggerezza, come se una forza esterna ci muovesse. E quando David ci ha chiesto di richiamarla… be’, siamo onesti, in un primo momento ho pensato: Nooo, di nuovo quella fatica bestiale, non ce la posso fare. Poi mi sono ricordato che ho fatto un patto con lo Spirito, qualche tempo fa: noi collaboreremo per trovare l’Anima. Anche se potrebbe smetterla di giocare a nascondino, cribbio. Così ci ho riprovato. L’ultimo sforzo, poi sarà finito e tornerò a casa.

Ho lasciato che la fiamma si accendesse al centro del petto. E Lei… era già lì. In attesa. Come le altre volte la fiamma ha divampato e un dolce calore ha pervaso tutto il corpo. Alla leggerezza dello Spirito si è aggiunta una gioia, un piacere, un languore quasi insopportabile mentre il corpo si muoveva e ogni passo era una danza e allora ho saputo, ho ricordato: ecco, questo è il vero me, questa è la mia vera Essenza. Questo è l’Io Sono. Finalmente!

E io che credevo di dover fare fatica. Fatica per essere il vero Me. Non è ridicolo? Non c’è fatica. Nessuna. C’è solo una gran paura. Paura che tutto cambi… e in effetti tutto cambia.

Ma ok, ho fatto un patto: niente balle. Al momento opportuno, mi farò elegantemente da parte. Per mestiere da qualche tempo sono anche attore e so quando uscire di scena.

Bene, questo è proprio il momento. Sto nuotando, al centro della vasca, e mentre butto un braccio avanti, chiudo gli occhi – mi viene ancora difficile richiamarla ad occhi aperti – rallento, e lascio che l’Anima affiori dalla corazza.

Un’incandescenza, una luce nasce nel petto e si fa strada attraverso il corpo, ed è dolcezza immensa e tepore e gratitudine. E improvvisamente…

Le ho detto: ecco, prendi il corpo e divertiti. E improvisamente…

Dov’era tutta la fatica, l’affanno, la preoccupazione di fare i movimenti giusti, la competizione, i pensieri che mi portano via, tutto questo? Sparito. Ero un essere che sperimentava la gioia di vivere. Un bambino che gioca. Ero presenza pura.

Mi ricordo! Sono stato anche una creatura acquatica. Un pesce, pervaso unicamente dall’anima, quando ancora io, Mente, non esistevo. E ho capito che le creature animate non sono mosse dal bisogno o dalla paura ma solo da quella qualità dell’Anima che è impulso irresistibile all’espressione. E quell’espressione è gioia, è amore stesso. E’ Dio.

A questo punto, lo ammetto, ero del tutto spiazzato. Ma come, nessuna fatica? E io che fino a oggi… Un momento, non lo posso fare continuamente, è troppo faticoso. Farò una vasca con l’Anima e una senza. Così intanto sperimento la differenza.

ANIMA

(sghignazza)

MENTE

Che succede? All’improvviso non ho nessuna voglia di fare una vasca senz’Anima. E’ stato così bello. Ok, farò un altro sforzo. Farò lo sforzo di non fare alcuno sforzo… Chissà perché ci sono sempre questi paradossi nella spiritualità. D’accordo, mi lascerò andare.

E’ un attimo, la sua luce mi pervade mentre nuoto: non c’è affanno, non c’è sforzo e i movimenti sono fluidi e armonici come mai prima – e questo lo posso dire con cognizione di causa: sono stato anche istruttore di nuoto, in questa incarnazione, a vent’anni (ebbene sì, sono stato molte cose).

Non posso crederci. Non – posso – crederci.

Sì, però l’anima è lenta! Devo chiudere gli occhi e lasciare che Lei mi muova al rallentatore, se no mi sa che non se la gode, invece io posso fare uno scatto e raggiungere il bordo vasca con uno sprint.

Ecco, ora sì che ho l’affanno. Un attimo prima ero in uno stato così meraviglioso e adesso boccheggio.

E va bene, ti sfido, Anima! Sai andare veloce? Allora riprendimi!

ANIMA

(entra nel corpo e si diverte ad andare veloce)

MENTE

Oh mio Dio, è proprio così! Sta succedendo davvero! Ogni volta che mi collego all’Anima ne ricevo una spinta, una sferzata di energia, non c’è bisogno che fatichi per andare più veloce, mi basta affidarmi a Lei e provo un piacere un languore una gioia tali che… ne ho quasi paura.

Ma sì, ho capito! Finora non ho fatto altro che remare contro. I miei sforzi, il mio lottare per andare più veloce non teneva conto del flusso! Qualcosa dentro di me si irrigidiva, combatteva se stesso, e così la volontà, l’intento si esprimevano solo a metà, forse anche meno. Stando nell’Anima non c’è più attrito, né conflitto, solo espressione.

Ho deciso: mai più senz’Anima!

Scena 2

Alle docce

MENTE

E quindi posso provarci anche qui? Che effetto farà essere Anima sotto la doccia? Aspetta un attimo, ora la accendo. O meglio, mi spengo io…

Oh, che meraviglia, dovete assolutamente provarlo, è così bello! Sento che tra poco non avvertirò più differenza tra il mio corpo e l’acqua calda che mi scorre addosso. Che voglia di mugolare di piacere… Ma non posso, ci sono altri uomini. Il discernimento mi dice di non abusare della comune capacità di accettare l’altrui libera espressione. O forse è la solita paura del giudizio. Già. Senz’altro questo sarà un canto a due voci ancora per un po’: ottava bassa e ottava alta che cantano insieme. Il coraggio che prende per mano la paura.

Scena 3

Atrio comune

E’ una giornata magnifica di cielo terso. Mentre mi asciugo, penso che ho voglia di andare di andare a godermi il sole da qualche parte. Oggi non ho impegni. Voglio andare in un bel posto.

Ma il bel posto è già dentro di me, che differenza farebbe essere da qualche altra parte? Sì, ma pensa quanto sarebbe bello vivere da Anima un posto che già mi piace tanto come Maschera. Ho deciso: sì, andrò.

C’è un altro uomo di fronte a me che si asciuga i piedi. Mi fa tenerezza. Sembra un genitore che dedichi al suo figliolo le cure maldestre di un rozzo amore. Arriva un altro uomo e fa la stessa cosa. Cerca di asciugare i piedi all’aria, non sa bene come fare. Si mette le calze faticando ad abbassarsi. Penso che l’Anima lo saprebbe fare meglio, se solo glielo lasciassimo fare.

Un momento: che stia imparando a fidarmi di Lei?

Scena 4

In scooter verso casa

MENTE

Non riesco ancora a crederci, non posso credere che sia così facile! E’ questa l’illuminazione? Ma se io mi sento il solito cretino! E se provassi a sentire l’Anima mentre viaggio? Chissà che emozione. Meglio di no, ho ancora bisogno di chiudere gli occhi per sentirla, non tiriamo troppo la corda. Ebbene sì, è la solita paura della morte, ma almeno qui è giustificata: non ho voglia di morire proprio adesso.

Al seminario c’è stato un momento in cui l’ho desiderato. Ero nell’Anima, e cercavo di irradiarla tutt’intorno. Ero tutto pervaso da elettricità e da un senso di sacro mentre mi aprivo come un fiore per donarmi, ma non vedevo intorno a me la luce che avrei dovuto emanare. Non ci sto ancora provando abbastanza, mi sono detto. David dice che l’Anima si mostra solo a chi ne è degno, e io evidentemente non lo sono ancora. Eppure adesso, qui, in questo momento, posso morire. Non sono più preoccupato per gli altri, perché sapranno che me ne sono andato felice. Ti dico con tutta la sincerità del mio cuore che sono pronto a venire con Te.

Non sono morto, e mi sono sentito un po’ deluso e lasciato a terra.

Ora sono ancora così carico d’emozione per tutte queste scoperte che qualcosa devo pur fare. Ho voglia di urlare. No, ho voglia di cantare. No, non ho voglia di far niente. Lascio che faccia Lei.

ANIMA

(Canta. E’ solo un suono a labbra chiuse, un suono che sale e scende, che si fa acuto e poi grave, veloce e poi lento, spensierato, insensato, grave, doloroso, rabbioso, infantile… e poi è gioia pure ed è tutte le emozioni insieme.)

MENTE

Ma cosa sto cantando? Lo riconosco! La musica degli schiavi. Nel loro grande dolore, erano così vicini all’Anima che non potevano che cantare così: cantare l’Anima: Soul. E cosa sento ora? Un’emozione che sale, sale, la sento sbattere contro la mia corazza… Non voglio… O insomma basta con le resistenze! Ricordo il patto e mi faccio da parte.

ANIMA

(Piange a grandi ululati. Poi ride. Si calma. Riprende a piangere)

MENTE

Ma che faccio? Non posso piangere, non vedo più niente, finirò per schiantarmi. Ora rallento. Che imbarazzo, quel tipo mi guarda, chissà che pensa di questo pazzo che singhiozza mentre affronta una curva in scooter. E poi questo non è il mio pianto. Io non ho mai pianto così. Non che abbia pianto molto in vita mia, non me lo permetto. E’ l’Anima che piange? E perché? Che stupido, non vedi che ride? Non senti che in questo pianto c’è tutto? Questo pianto è estasi. Godiamocelo, allora!

Mi sento meglio. Un grosso peso se n’è andato. Sono così stanco. Le parti si sono invertite: ora io osservo lei! La Maschera, il giudice incessante osserva l’Osservatore Supremo. Lo ammetto, sono fiero di me. E’ un sentimento stupido, in ottava bassa, ma voglio permettermelo. Fiero, sì, fiero di avere avuto il coraggio di guardarti in faccia, Anima. Ma se ancora non mi hai preso del tutto, non mi hai incendiato, vuol dire che… Vabbe’, ridimensioniamo ma permettimi di vantarmi di averti dato almeno una sbirciatina.

E per inciso, ho nuotato senza tappi e non ho nessun problema alle orecchie.

SIPARIO

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sacrificio

l’ho fatto perché tu fossi contento di me.
perché mi amassi.
perché mi lasciassi in pace.
e se qualcuno ha sofferto, non ho forse sofferto io tutto questo tempo cercando di piacerti?
tu, il grande padre. onnipotente, onnisciente, onnipresente. tu, che mi hai dato la vita, che non mi hai mai fatto mancare nulla, tu che mi hai fatto riposare su pascoli erbosi e mi hai condotto ad acque tranquille.
viene un momento in cui i figli ti odiano, padre, è così che si diventa adulti. ti odiano, sì.
e poi i figli si accorgono che non diventeranno mai adulti, perché tu non vuoi. tu mostri il tuo bastone e il tuo vincastro e riempi i nostri calici, e i figli restano per sempre bambini, e non sanno far crescere i loro figli, che resteranno per sempre bambini, così nessuno sarà mai grande quanto te.
eppure non è questo che ci chiedi? di mostrarti ciò che siamo in grado di fare?
io l’ho fatto, ho colto il frutto proibito. ora tutti mi guardano, sono importante, così importante che la gente si è riunita qui in questo giorno per parlare di me.
oh, quello che ho fatto! le mani si rifiutavano, il cuore le gambe ogni mia cellula si rifiutava. ma ho resistito, sono stato più forte: io comandavo, io volevo.
ecco, ho spezzato il collo morbido. il fiato si è interrotto e gemiti e occhi negli occhi mentre il sangue mi scorreva addosso. una forza tremenda, un potere raccapricciante che nemmeno immaginavo di avere, la potenza che spezza l’atomo, questo è ciò che sono stato. e, come un atomo spezzato, il mio cuore è esploso in una nuvola.
non soffro più, non sento più nulla. come potrei, se l’anima mi si è bruciata? la sua polvere mi ricopre dalla testa ai piedi, sono nero. e finalmente sono cresciuto: ora sono adulto.

padre, guarda i tuoi figli sacrificare infanzia e fragilità per provare a essere grandi, per sfuggire alla tua lunghissima ombra, perché si parli di loro con rispetto e timore come si parla di te.
dovrei ucciderli tutti, questi miei fratelli, per ritrovarmi solo nel nido, unico figlio, il prediletto, l’eletto. invece dovrai accontentarti del sacrificio di un agnello.
ho scelto il più giovane e candido, un innocente ancora troppo estraneo alla morte anche solo per sospettarla. si è affidato alle mie mani e io te l’ho consegnato.

il cielo fuori dalle sbarre è limpido. e mi ignora.
ho ucciso e sarò ucciso a mia volta, secondo legge. si uccidono le masse, ma quella è la guerra, si uccide per la pace e non si guarda l’agnello negli occhi.
verrai? ti vedrò seduto tra gli altri, quando mi porteranno dal giudice legato, con le mani imprigionate?
padre, hai avuto il tuo agnello sacrificale. accetta il mio dono. con questo sacrificio io ti placo e tu non mi chiederai più niente e niente mi farà più male.
è successo, la tua creatura ti è sfuggita di mano.

solo rimane nell’aria come un eco ghiacciato, un pianto. il pianto dell’agnello, di carne e di sogni, ché sono anch’io fatto di sogni, ché quello è il mio pianto, l’agnello sono io.
perdonami padre perché ho peccato.

il momento è arrivato. ti prego, parlami: solo ora forse sono pronto ad ascoltarti. mi tormenta il dubbio di non averti mai capito, di non averti mai davvero conosciuto, di non aver saputo amarti come tu hai amato me. dimmi che mi perdoni.
ma soprattutto, prima che la vita mi abbandoni, prima di ritrovarmi nudo di fronte a te, nudo senza più innocenza e senza infanzia, voglio che sia tu a domandarmi perdono:
perdonami, figlio, per come ti ho creato. perdonami, caino.

Testo per la perfomance “Martyrium” di Federico Cozzucoli, 5 maggio 2013 Galleria a Cielo Aperto di Mangiabarche, Calasetta (CA), pubblicato nella raccolta “Cortocircuiti”

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PARABOLA

Dal silenzio eterno, dalle pareti del nulla

si staccò un mistero rotondo.

Cadde e viaggiò per spazi immutabili attraverso vuoti infiniti

attratto, chiamato, istigato

lungo un cono di tempo, inevitabile via, l’unica percorribile:

troppo forte il richiamo di un altro mistero rotondo.

Una scintilla.

Un’esplosione.

Nel convegno divamparono fiamme.

Fischiarono i venti, il fango schiumò, le pietre cozzarono in un digrignare di denti. L’acqua arrivò da altezze immense in vortici che succhiavano l’aria

e riempì di sé le ferite della terra che si allargavano gorgogliando, crepitando, implorando.

I venti non si piegarono e portarono il fuoco dov’era la terra.

Il fuoco non si piegò e si insinuò sotto il fango. La terra non si piegò e sputò il fuoco fuori da sé in getti altissimi a ergere montagne.

Ognuno provava la sua forza, scagliandosi in un fragore che non poteva tacere.

Finché insieme si confusero e fu un unico grido.

 

Quando arrivò per la prima volta, il bambino sapeva già cosa fare.

Usò la forza degli occhi per sfidare la luce ma il sole lo costrinse a distogliere lo sguardo.

Usò la forza delle gambe contro i vincoli della terra ma subito ricadde.

Urlò insulti e bestemmie per provare la forza della gola ma un bruciore lo avvertì che era troppo.

Allora guardò le ombre lievi, con voce lieve cantò, lieve accarezzò il suolo, e fu in piedi.

E quando ebbe imparato e pesato a una a una tutte le forze, quando ebbe provato e scoperto tutte le misure, di colpo si ritrovò adulto.

Adulto tra mille adulti, mille gambe, mille mani, gole e labbra che ognuno doveva provare. Nel gran rumore nessuno poteva tacere e tutti dimenticarono di essere cresciuti. Come nel primo attimo di vita, tutti consumarono il loro peso senza misurare.

Per millenni divamparono fiamme. Ognuno provava la sua forza, scagliandosi in un fragore che non poteva tacere. Finché insieme si sconvolsero e fu un unico grido.

 

Quando furono stanchi e vollero riposare

si accorsero di essere vecchi. Si accorsero che la loro luce colava oltre l’orizzonte e si spegneva.

Di nuovo fu un mistero rotondo attaccato alle pareti del nulla.

Per spazi immutabili attraverso vuoti infiniti a lungo tornò a soffiare il silenzio.

 
Da “Conflitti”, spettacolo di Cittadininscena, testo di Davide Tolu, regia di Marco Pasquinucci, 2010

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